Viaggio in Sardegna (Barbagia)

Domenica fredda e piovosa(ieri). Mi trovo in cucina in orario per me insolito. Accendo il televisore sul primo canale, dubbiosa se mettermi ai fornelli o meno. Un battito di ciglia e vengo catturata da un paio di parole: Barbagia e Grazia Deledda. Linea Verde oggi ha per oggetto un viaggio in Barbagia tra tradizione e cultura sarda, sulle tracce di Grazia Deledda (Nuoro, 27/9/1871- Roma, 16/8/1936) a 100 anni dal Nobel assegnatole il 10 Dicembre 1926. Conosco la scrittrice autodidatta dai tempi del Liceo classico; l’apprezzai tanto da portare il suo bellissimo romanzo La madre al colloquio d’esame. Purtroppo la commissione non lo considerò affatto, ma questo inspiegabile disinteresse non diminuì il mio che anzi crebbe. In poco tempo credo di aver letto almeno un terzo delle circa 60 opere attribuitele dove con “la sua potenza di scrittrice… tratta problemi di generale interesse umano”. La scorsa estate ne ho rilette alcune, preferendo la capacità descrittiva all’ardore della narrazione. È una soddisfazione vedere la foto o il disegno della scrittrice sui reperti archeologici in Barbagia, come ammirare le donne in costume dell’Associazione Culturale Nuorese. Interessante anche l’offerta gastronomica che propone vari tipi di pane e di torte. Il mio pensiero va al bravo collega Max che abita non molto distante da questi posti straordinari, da lui stesso immortalati con scatti strepitosi.

Nomi e ricorrenze

Domenica 25 Gennaio, data che mi è cara per due ricorrenze: compie gli anni Lara, la mia fida parrucchiera ed è il quasi onomastico di mio figlio Saul, dal momento che la chiesa ricorda oggi la conversione di Saulo di Tarzo, narrata negli Atti degli Apostoli. Fervente persecutore dei cristiani, sulla via di Damasco è abbagliato da una luce divina, in seguito alla quale diventa seguace del Vangelo e diventa Paolo, l’apostolo delle genti. Il pittore Caravaggio, nel 1601 realizza sulla conversione di Saulo un dipinto a olio su tela, di grande impatto visivo, conservato nella Basilicata di Santa Maria del Popolo a Roma. Saulo è il nome ebraico associato a Saul, primo re degli ebrei, mentre Paolo/Paulus è il nome romano/greco, cosicché il personaggio godeva di una doppia identità. Sul nome Saul, feci una approfondita ricerca quando ero in attesa di mio figlio: Saul significa desiderato, è breve e musicale, con agganci biblici e letterari. Da qualche parte ho letto che il nome è il secondo dono della madre al figlio, dopo la vita. Mi auguro che mio figlio ne sia orgoglioso. Il nome Lara deriva dalla mitologia greca, dove Lara è una ninfa, madre dei figli di Mercurio, i Lari. Mentre mi mette i bigodini, Lara mi informa che per il battesimo, il parroco contestò il nome, perché senza una santa di riferimeno. Nata in Svizzera dove lavorano i genitori, con venti giorni di ritardo e tanta neve, secondo le previsioni del medico – l’ecografia era di là da venire – doveva essere un maschio, per la vivacità che trasmetteva da ‘dentro’. Per fortuna nacque una bimba vispa, scura di pelle e di capelli. Se no, chi mi avrebbe fatto la piega morbida che tanto mi piace negli ultimi quarant’anni?

Una vita per l’Italiano

Nel quotidiano la Repubblica di ieri leggo con piacere l’intervista di Maurizio Crosetti a Gian Luigi Beccaria, celebre linguista torinese che il 27 gennaio compie 90 anni. Il titolo dell’articolo è illuminante: “La mia vita per l’italiano un tesoro da proteggere non c’è solo la tecnologia”. Il programma televisivo a quiz è andato in onda per tre stagioni dal 1985 al 1988 sul primo canale e successivamente su Rai 3 nella stagione 2002/2003. Era composto da tre rubriche: Conoscere l’italiano, Usare l’italiano, Amare l’italiano. Io ne ero una fan, tanto che a scuola lo proponevo in formato ridotto. Mi piaceva soprattutto la parte finale quando i due concorrenti si sfidavano scrivendo un testo in tempi brevi che veniva valutato dal professor Beccaria. Per dare un’idea di quanto lo apprezzassi, ho dato al mio blog il nome in latino verbamea che tradotto in italiano significa parola mia, anzi al plurale parole mie. Credo di conservare ancora qualche cassetta registrata del bel programma. “I libri moltiplicano le esistenze, siamo quello che abbiamo letto” dice lo studioso che ama suonare il pianoforte. Richiesto sugli autori irrinunciabili da leggere, come prevedibile parte da Dante, Petrarca, Boccaccio, seguiti da Verdi, Leopardi, Manzoni, i grandi piemontesi Pavese, Primo Levi, Calvino. Il giornalista gli pone una domanda sull’intelligenza artificiale. Questa la risposta: “Ho giocato con ChatGpt, ho chiesto di scrivermi una poesia alla Pascoli: le rime e le parole c’erano tutte, però quei versi non dicevano nulla. Una parodia”. Grazie, professore!

Europa caleidoscopio

La parola ‘caleidoscopio’ deriva dal greco kalòs/bello e èidos/figura. È uno strumento che rimanda all’infanzia, essendo un popolarissimo gioco ottico. Ideato verso il 1815 dal fisico scozzese David Brewater (1781 – 1868): consente di osservare immagini mutevoli e simmetriche, generate da un gioco di specchi angolari. Certo ci ho giocato da bambina, ma è stato il mio professore di Liceo a presentarmelo nell’ambito della Fisica. Un sinonimo potrebbe essere mutevolezza, varietà riferita al continuo mutamento di immagini e di colori. Con questo significato lo ha usato Zelensky a Davos, riguardo all’Europa, dicendo: “Invece di diventare una vera potenza globale, l’Europa rimane un bellissimo ma frammentato caleidoscopio di piccole e medie potenze. l’Europa ha davvero bisogno di forze armate unite, e di capire come difendersi”. La scelta della parola caleidoscopio, pu bella rende bene l’idea delle distorsioni, anche allarmanti tra gli stati del vecchio continente. Tra l’altro, scopro che c’è anche un disturbo visivo chiamato “visione caleidoscopica” che causa distorsioni visive anche allarmanti. La metafora usata da Zelensky è efficace: scuote senza offendere, la vecchia Europa non naviga in buone acque. Il presidente ucraino ha accusato l’Europa di non sapersi difendere ed afferma: “È passato un anno e nulla è cambiato”. Vediamo cosa succederà negli Emirati Arabi durante il trilaterale Russia – Usa – Ucraina per porre fine alla guerra. Più che seguire la politica, seguo l’attualità con implicazioni politiche. Mi auguro che finalmente succeda qualcosa di buono.

Cambiamenti climatici e danni economici

Un paio di giorni fa il ciclone Harry ha colpito duramente la Sicilia, con onde alte fino a 8 metri e raffiche di vento che hanno danneggiato il lungomare di Aci Trezza, in provincia di Catania. Sfasciato il chioschetto del porto, mare in strada e pedoni bloccati sulle panchine. Il nome Aci Trezza mi ha acceso una lampadina che mi ha riportato in ambito letterario, perché Aci Trezza è il borgo marinaro dove Giovanni Verga ha ambientato il suo romanzo I Malavoglia e Luchino Visconti il film La terra trema. La parola ciclone è inquietante, perché dà l’idea di quanto incida il problema ambientale e di come fenomeni ritenuti eccezionali diventino frequenti. Il cambiamento climatico presenta il conto. È evidente la necessità di poteggere le nostre coste. Oggi allerta arancione in Sardegna dove Grazia Deledda, Nobel per la letteratura nel 1926 ebbe i natali. Sono legata a entrambi gli scrittori: di Verga apprezzo la grande capacità descrittiva, e della Deledda la carica passionale. Inoltre amo il pesce che preferisco alla carne, fors’anche per motivi emozionali, dato che mio nonno paterno lo vendeva porta a porta ed era soprannominato “Gacomin del pese”. È mancato quando io ero molto piccola e di lui mi resta una foto, dai lineamenti molto somiglianti a quelli di mia madre. I Malavoglia è il primo romanzo del “Ciclo dei Vinti” dove Verga indaga la lotta per la sopravvivenza, facendo emergere la voce del popolo attraverso proverbi e un linguaggio popolare. Un esempio di “lucido pessimismo”. Preferisco le Novelle al romanzo.

“La Preside” nella fiction e nella realtà

Ho seguito le prime due puntate della serie TV Rai ‘La Preside”, liberamente ispirata alla storia vera di Eugenia Carfora, dirigente scolastica dell’Istituto Superiore Anna Maria Ortese, nel cuore del Parco Verde di Caivano, tristemente famoso. Tuttavia, “Quando le cose sono così brutte, è facile immaginarsele più belle” dice la Carfora. Luisa Ranieri, bella e brava ne ripercorre la missione, ispirandosi all’operato di “una donna visionaria e ostinata” secondo un parere che condivido. Classe 1960, originaria della provincia di Caserta e laureata in Scienze dell’Educazione, è diventata un simbolo di coraggio, impegno educativo e lotta alla dispersione scolastica. La fiction, presentata ufficialmente alla Festa del Cinema di Roma lo scorso ottobre, si articola in quattro serate. Complimenti anche alla regia di Luca Zingaretti, tante sere apprezzato nelle vesti del commissario Montalbano. In qualche modo, questo post è il seguito di quello di ieri, con la possibilità di cogliere spunti per migliorare la didattica e il rapporto con gli studenti. Contattati alcuni colleghi, tutti confermano i tempi difficili. Senza generalizzare, ci sono situazioni e situazioni, per fortuna non così problematiche come quelle evidenziate dal film per la tivù. Educazione, collaborazione e rispetto da parte di tutti gli utenti della scuola possono favorire il cambio di rotta.

Si salvi chi può!

Anche se sono in pensione, rimango un’insegnante. Me lo ricorda simpaticamente Paolo Mares, il sindaco e chi si ostina a chiamarmi con l’appellativo “prof”, come se mi fosse cucito addosso. Sarà anche per questo che mi colpisce ciò che riguarda la scuola, il mio ambiente di lavoro, nel bene e nel male. Dalla rapida scorsa al Gazzettino, mi soffermo su un articolo e una lettera al direttore, di cui riporto i rspettivi titoli: Alunno maltrattato a scuola: maestra patteggia due anni (successo a Maserada) e I giovani accoltellatori sono analfabeti emotivi ma le famiglie devono essere chiamate a rispondere dei loro reati (risposta del direttore Roberto Papetti a un lettore). È assodato che oggi si chieda ad un insegnante molto più che la trasmissione della cultura, di calarsi magari in panni non suoi per rimediare a scompensi di varia natura. Negli Anni Cinquanta – i miei per intendersi – tre erano le figure professionali da omaggiare: medico, prete e maestro. La famiglia era un’istituzione ancora sana e chi sgarrava a scuola, riceveva a casa il resto della punizione comminata. Il fenomeno delle baby gang era di là da venire, mentre oggi è di allarmante attualità. Mi preoccupa ciò che succede, solidarizzo con i miei colleghi, sottoposti a carichi e incarichi straordinari, a monte di stipendi non adeguati. Ogni tanto qualcuno ‘scoppia’ e non fa onore alla categoria. Se il modello ‘famiglia-modello’ si è sfaldato, siamo proprio in acque perigliose e mi viene da dire: Si salvi chi può!

Blue Monday non mi avrai

Blue Monday, il termine significa letteralmente lunedì blu, il terzo lunedì di gennaio, il giorno più triste dell’anno. Così lo ha teorizzato vent’anni fa Cliff Arnall, professore di psicologia dell’Università di Cardiff, per una combinazione di fattori, come il clima freddo, le giornate corte, le difficoltà economiche dopo le feste che favoriscono un senso di malinconia. A parte che non ci sono basi scientifiche che dimostrino essere proprio questo il giorno peggiore in assoluto – ognuno potrebbe sconfessarlo – il ‘blue’ indica tristezza nella cultura anglosassone. Invece a me il blu piace molto, è il mio colore preferito insieme con il giallo. Quindi considero la notizia una fake news. Inoltre sono contenta che le feste siano finalmente terminate – anche se incalza il carnevale – e il lunedì è il mio giorno preferito. Lo era anche quando lavoravo. Da pensionata, me lo godo anche di più. Mi trasmette il buonumore della donzelletta di leopardiana memoria, quella della poesia Il sabato del villaggio. Forse perché sono anticonformista e di spirito felino. Vero che la sera scende presto, però le giornate si sono un po’ allungate. Siamo in pieno inverno e le temperature notturne sono rigide, motivo per cui Grey, Fiocco e Pepita stanno dentro al calduccio e mi fanno compagnia. A fine mese, superati i giorni della merla, potremo annusare indizi della stagione novella.

Il segreto della felicità

Unomattina in famiglia dedica la puntata odierna a Dina, 85enne della Val di Susa (Piemonte) che ogni mattina si reca al lavatoio pubblico del torrente Galambra per lavare i panni a mano, pur disponendo della lavatrice. Stupore e ammirazione. La signora preferisce questo metodo perché: ‘Trovo sempre qualcuno per fare due chiacchiere. E mi piace quello che faccio. Anzi, posso dire? Vedo tante persone correre su e giù ma è questo secondo me il segreto della felicità”. Penso alla vita dura delle lavandaie di una volta e non invidio la signora che deve avere una costituzione di ferro a prova di reumatismi. Però condivido la sua ricerca della felicità, tra i diritti inalienabili dell’uomo fin dalla Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America. Ci sono abitudini dure a morire, come la mia di andare al bar a caccia di notizie, ma mi sto disabituando, grazie alla tecnologia che me le offre a metro zero, ed anche per un certo fastidio nei confronti di chiacchiere spalmate a voce alta. Invece mantengo l’abitudine di scrivere, per me liberatoria e terapeutica. Approfitto per aggiornare sul mio blog che a giugno farà 6 (sei) anni continuativi. Ogni tanto ci scappa una poesia e sto pensando al prossimo romanzo. Buona felicità ai lettori!

“Cinema” domestico

Un cinema in 3D Un difetto di arredamento si è trasformato in un evento per me straordinario, grazie alla stampa 3D. Adesso spiego. Ho una poltroncina da regista da molti anni: struttura solida rossa, rigido tessuto sulla seduta e sullo schienale che si è lacerato, cosicché appoggiandomici sentivo pungere. Sfilo la tela all’altezza della schiena e constato che manca il cappuccetto di plastica che fa da copri spigolo a destra. Al momento rimedio con un po’ di nastro adesivo, ma non funziona. Chiedo a mio figlio, il quale mi risponde di chiedere a Manuel di farmi in 3D il cappuccetto mancante, pari a quello in sede. Più che capire intuisco, comunque riferisco a Manuel che si dichiara disposto a fare l’operazione. In men che non si dica, mi arriva la foto del “prototipo” che mi piace un sacco, non vedo l’ora di sistemarlo dove deve andare. Manuel mi invia anche il video esplicativo, dove vedo computer e stampante “in connessione”: un cinema! Ammetto che ho dovuto cercare il significato di stampa 3D: un processo di produzione che consente di realizzare oggetti tridimensionali a partire da un modello digitale. Ovverosia, si trasforma un file digitale in istruzioni per la stampante che deposita e solidifica il materiale in vari strati, fino a farlo diventare l’oggetto completo. Più facile a dirsi che a farsi. Per me resta un ‘miracolo’ della tecnologia e di chi la sa applicare.